ESTRATTI DALLE RECENSIONI A IL "GORILLA QUADRUMANO"

“La proposta di Rosaspina ci ha catapultati nel medioevo padano (…) personaggi pittoreschi e stralunati, usciti da uno scalognato baraccone, narrano le vicende di un mostro fantastico (…) Realtà e immaginazione si confondono in uno spettacolo che rivela la sua diretta derivazione dal teatro per i ragazzi, e che induce anche un pubblico adulto a ritrovare una scanzonata dimensione di fanciullezza.” Enza Costantino La Provincia Cosentina 18 Giugno 1999

“Un piacevole incontro teatrale nel fresco della sera, ascoltando una storia favolistica, di una spettacolarità “povera” ma vivace, per il continuo mutare dei ruoli, per il coinvolgente suono della fisarmonica (…) Il Gorilla Quadrumano riacquista con l’allestimento di questa compagnia di Bologna, una dimensione narrativa antica, ma vivificata dalla ricerca, intrecciando modi passati e nuove forme espressive, con frequenti, divertiti riferimenti al teatro, al fatto di stare recitando. (…) tutto ha un tono leggero, vagamente farsesco. Con cambi a vista di piccoli elementi del costume per mutare la parte. In questa messa in scena due soli attori, Aurelia Camporesi e Angelo Generali, riescono con freschezza e umorismo a far propria una molteplicità di personaggi. Mentre la musica suonata teatralmente arricchisce con allegria tutte le scene. (…) Tanti al termine gli applausi, con grande simpatia, per gli attori di Rosaspina.” Valeria Ottolenghi Gazzetta di Parma 21 Luglio 1999

“Interpreti brillanti della favola, pervenuta sino ai nostri dalla tradizione orale della Bassa Padana, un “trio” di alto livello professionale e di vigile sensibilità, tanto da caratterizzare in modo accorto un testo di per sé ostico a soluzioni teatrali, facendone un esempio autentico di rappresentazione gradita e applaudita a lungo.” Giuseppe Di Bella La Sicilia 7 Agosto 2000

“Il Gorilla Quadrumano, ricavato da una vecchia storia popolare, ha il fascino delle cose diventate rare, il profumo del tempo, il ricordo di strade polverose e faticose, di piazze mercati e osterie. (…) Le origini popolari e povere di questo teatro da aia e da stalla brillano ancora nel dialetto, nell’ironia, nei travestimenti di questo lavoro (…) Un po’ in rima, un po’ in dialetto bolognese e un po’ in italiano maccheronico, il racconto ha la cadenza di una di quelle fole che si narravano nelle stalle o davanti al camino acceso, fra occhi sgranati e bocche aperte dalla meraviglia. Ha l’ottimismo della fantasia e l’allegria dei poveri. (…) Il pubblico ha bene accolto il divertente e patetico gorilla di Rosaspina con meritati applausi sia durante lo spettacolo che alla fine.” Umberto Fava Libertà 2 Settembre 2000

“Interpreti brillanti della favola, pervenuta sino ai nostri dalla tradizione orale della Bassa Padana, un “trio” di alto livello professionale e di vigile sensibilità, tanto da caratterizzare in modo accorto un testo di per sé ostico a soluzioni teatrali, facendone un esempio autentico di rappresentazione gradita e applaudita a lungo.” Giuseppe Di Bella La Sicilia 7 Agosto 2000

“Il Gorilla Quadrumano, ricavato da una vecchia storia popolare, ha il fascino delle cose diventate rare, il profumo del tempo, il ricordo di strade polverose e faticose, di piazze mercati e osterie. (…) Le origini popolari e povere di questo teatro da aia e da stalla brillano ancora nel dialetto, nell’ironia, nei travestimenti di questo lavoro (…) Un po’ in rima, un po’ in dialetto bolognese e un po’ in italiano maccheronico, il racconto ha la cadenza di una di quelle fole che si narravano nelle stalle o davanti al camino acceso, fra occhi sgranati e bocche aperte dalla meraviglia. Ha l’ottimismo della fantasia e l’allegria dei poveri. (…) Il pubblico ha bene accolto il divertente e patetico gorilla di Rosaspina con meritati applausi sia durante lo spettacolo che alla fine.” Umberto Fava Libertà 2 Settembre 2000

“Un vero successo per i protagonisti bolognesi del trio Rosaspina che hanno messo in scena il loro cavallo di battaglia “Il Gorilla Quadrumano”. (…) Letteralmente presi dall’incanto i molti bambini presenti, con coinvolgimento pure dei genitori, che hanno vissuto il calarsi degli artisti nel “teatro di stalla” (…) Tanti personaggi rappresentati con continui cambi di costume e impostazione mimica e vocale da parte di due grandi attori (…)”.
U. Ca. L’Adige 26 Luglio 2001

"L’Aida messa in scena dalla compagnia bolognese Rosaspina ha debuttato allo sferisterio di Santarcangelo con grande successo. Meritatissimo, perché il quintetto di protagonisti funziona alla perfezione(…)E se nella vicenda verdiana uno dei perni dell’azione è il contrasto tra il dovere filiale e un amore in antitesi ai doveri del sangue, qui la centralità della figura di Amonasro tradisce soprattutto quel razzismo, pieno di contraddizioni e nato dall’ignoranza, che da qualche tempo Bossi ha reso di nuovo attuale. (…) Lo sviluppo della vicenda è affidato a tre narratori, Tibicinci, Scanapolstri e Portacagnet a ‘Pisèr, con indosso qualcosa che ricorda vagamente un’uniforme: saranno loro a trasformarsi negli altri personaggi – esilarante la raffigurazione del gran sacerdote Ramfis e del faraone, bendato come una mummia – con un grottesco effetto di straniamento. Il meccanismo serve anche a rivelare , enfatizzandole, le numerose incongruenze che spesso i libretti d’opera nascondono(…) Il pubblico applaude i bravissimi attori e si diverte molto. Ancor più che durante una serata d’opera." Giulia Vannoni “La Voce” 7 Luglio 2001

Un salto indietro di un secolo e scopriamo che non è difficile respirare aria di teatro di stalla anche se dagli spalti dello Sferisterio. Debutta così “L’Aida” di Rosaspina/ERT intreccio sapiente della storia della bella schiava etiope con quella dei contadini emiliani chiamati a difendere la patria. Questo è quello che ci regalano i cinque attori bolognesi che per più di un’ora alternano con un ritmo vivace le due storie non lasciando mai nulla al caso. Applausi fragorosi e ripetuti da un pubblico partecipe e divertito. Laura Romasco “La Voce” 9 Luglio 2001

“Dopo il “Gorilla Quadrumano” è arrivata la spiritosa nuova versione dell”’Aida”. Curata la scenografia. Tra balle di fieno e turbanti egiziani tra una tela dove campeggia una sfinge ed un maiale, l’Egitto e l’Emilia più verace e sincera, si muovono i personaggi.(…)Ne nasce uno spettacolo spassoso, una brillante parodia ricca di rimandi e caricature, di gags popolar dialettali, di riferimenti e di inediti avviluppi di luoghi e di spazi.” Corriere della Romagna 11 Luglio 2001

“ In scena cinque scatenatissimi e buffi attori a raccontarci nella maniera del teatro all’antica italiana, ma con un grande uso del teatro di rivista nostrano, la vicenda di un’ Aida in cui l’Egitto somiglia tanto alla bassa padana, e Radames a un condottiero di Predappio”. Giuseppe Liotta “Il Giornale di Sicilia” 8 Agosto 2001

“Al popolare teatro di stalla si ispira lo spettacolo “L’Aida” che la compagnia Rosaspina/ERT ha proposto a Caltagirone: una divertente pièce ispirata al libretto di Ghislanzoni musicato da Verdi, delle cui melodie si avvertono frammenti supportati dalla presenza di strumenti popolari”. Giuseppe di Bella “La Sicilia”
1 Agosto 2001


“Aida, ossia il gioco dei destini incrociati. Antico Egitto e campagna d’Africa, Verdi e dialetto, faraoni e fisarmoniche. E’ la popolaresca Aida della compagnia Rosaspina (…) Dal Po al Nilo, saltando dalla fine dell’Ottocento ai tempi delle piramidi. La corte dei faraoni d’Egitto e un Radames dai tratti mussoliniani e un grande telo al centro del palco su cui un maiale padano sembra interrogare la Sfinge d’Egitto.” Umberto Fava “Libertà” 29 Agosto 2001

“…protagonista il teatro di stalla della compagnia Rosaspina/ERT, fra le più interessanti realtà della nuova scena italiana, che presentano “L’Aida”, forma di rappresentazione popolare e quasi spontanea che prende spesso spunto da romanzi storici e d’appendice, da fiabe e dal melodramma, assumendo caratteristiche drammaturgiche originali.” Il Gazzetino 3 Ottobre 2001

“…a riprendere la tradizione del teatro povero, nel contesto della drammaturgia contemporanea, è una delle realtà più significative della nuova scena italiana, la compagnia Rosaspina/ERT con lo spettacolo “L’Aida”
Il Messaggero Veneto 3 Ottobre 2001

“Molto applauditi: Aurelia Camporesi una buffa Aida da fotoromanzo ma anche nei panni di balordo guerrafondaio di paese, Angelo Generali regista e spassosa Amneris e soldato via via più sbalordito, Giovanni Sarti efficacissimo e ducesco Radames oltre che divertente e scimmiesco re Amonasro , Massimiliano Sassi, un nero sacerdote egizio e truppa da macello. Una divertente narrazione parodistica con spunti decisamente clowneschi, egregiamente sostenuta dal commento musicale di una fisarmonica affidata alla bravura di Delfio Plantemoli. (…) grande peso acquistano i soldati che accompagnano Radames nella sua guerra contro gli etiopi. E sono persone dl popolo, per un attimo abbagliate da sogni di gloria, ma poi man mano che la guerra si mostra nei suoi lati più veri e cioè quelli più drammatici di dolore e di morte, sempre più estranee, vittime in balia di logiche incomprensibili al pari degli aggrediti.” Messaggero Veneto 5 Ottobre 2001

“I cinque attori instancabilmente passano da un ruolo all’altro, parodiando l’enfasi melodrammatica, giocando sui due registri linguistici, un italiano aulico e un’inflessione dialettale insaporita da gags e battute, accompagnati dalle note incessanti ‘una fisarmonica e d’una chitarra che ai brani di Verdi alternano, con gusto, citazioni di canzoni moderne.” Sandra Mansutti “Il Gazzettino del Friuli” 5 Ottobre 2001

“La compagnia Rosaspina, caso unico nel panorama nazionale, sta lavorando già da alcuni anni, seguendo le logiche e le esigenze della ricerca teatrale, per la riscoperta del teatro di stalla, che prende spunto da romanzi storici e d’appendice, dalle fiabe e dal melodramma. Gustosa anche linguisticamente questa versione mantiene il contrasto con le voci basse dei contadini, senza la imbalsamata gravità versificatoria del libretto del Ghislanzoni.” Caterina Barone Primafila Aprile 2001

“E’ un allestimento che non mira alla riedizione filologica del teatro di stalla, ma parte da quella realtà per proporre uno spettacolo dotato di una propria autonomia muovendosi sui non facili versanti della ricerca in una prospettiva calcata di rado dal teatro sperimentale in Italia, che dal contrasto fa scaturire la comicità” Giuseppe Barbanti “La Nuova di Venezia e Mestre” 21 Aprile 2002

“Va in scena al Teatro Olmetto “L’Aida” della compagnia Rosaspina/ERT, un’originale e spiritosa rielaborazione, riveduta e corretta, dell’opera di Verdi” Il Giorno 21 Maggio 2002

“Al Teatro Olmetto di Milano si sta rappresentando un’insolita divertente “L’Aida” realizzata dalla compagnia Rosaspina/ERT, originale e spiritosa rielaborazione della tradizionale vicenda di Aida. Aurelia Camporesi e Angelo Generali, direttori artistici della compagnia, vestono alternativamente i panni dei vari protagonisti della vicenda insieme agli altri attori. Lo spettacolo rievoca la guerra e il clima esagitato che ne preannuncia l’avvento come quello spasmodico dei nostri giorni che dovrebbe spazzare dalla faccia delle terra il terrorismo.” La Padania 22 Maggio 2002

“…la compagnia bolognese Rosaspina ne “L’Aida” intreccia la vicenda verdiana con quella di un gruppetto di contadini costretti ad abbandonare i campi per imbracciare il fucile in terra d’Etiopia. E’ ancora presto, forse, ma molti già parlano di una nuova mappa del giovane teatro italiano. In crescita…” Zoraide Cremonini, “Vogue Italia” Maggio 2002 n. 621

“E’ andata recentemente in scena all’Olmetto di Milano una libera rivisitazione dell’Aida (…) un classico della drammaturgia contadina dell’epoca. In questa versione tra balle di paglia e musica orientaleggiante cinque scatenati scambiatori di ruoli si muovono sotto la regia di Angelo Generali (…) un’avventura buttata ul ridere che fa divertire. Il testo, liberamente rivisitato dai bravi attori della compagnia emiliana è stato recitatao per la prima volta a Bibiano.” Romano Spada Il Corriere di Sesto 20 Giugno 2002

“(…)e specialmente L’Aida ovvero tragicomiche egitto-padane, lo spettacolo di Rosaspina. Un Teatro coprodotto da Emilia Romagna Teatro e Santarcangelo dei Teatri,. Il festival dove l’Aida ha raccolto un vasto successo con gli apprezzamenti e gli applausi calorosi di Tonino Guerra, seduto in prima fila. E’ uno spettacolo che con Il Gorilla quadrumano e L’Otello in preparazione per la prossima stagione costituisce una trilogia molto significativa detta del teatro di stalla”. Ennio Severino Il Resto del Carlino 18 Agosto 2002

“(…)a Bologna a fine luglio, nel pieno della popolarissima Fiera di San Lazzaro è andata in scena una edizione della Aida in bolognese(…) un successone”. Bruno Manfellotto L’espresso 26 Settembre 2002

ESTRATTI DALLE RECENSIONI A "FEDRA 2003"

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LA FEDRA DEL 2003…
La Fedra del 2003 è una veneziana sessualmente bulimica trapiantata in una Brianza dell'anima, in cui l'epitome dell'umano equilibrio, l'euripideo Teseo, è ridotto a uno squallido commenda di mezza età con i capelli tinti dal lucido di scarpe e la biancheria maleodorante, vedovo fedifrago della "gran troia" Antiope, regina dello step. Ippolito? Solo il fantasma erotico su cui la matrigna sorregge un onanismo compulsivo e segreto, figlio di frustrazioni piccolo-borghesi e di pomeriggi passati davanti ai pianti televisivi: finti, sì, seppur finto è "anche chi non piange mai".
È iniziata così la quattro giorni di teatro classico inclusa nel carnet di Aquileiaestate 2005: con una rilettura che si vorrebbe definire "mestruale" del mito trasferito in poesia da Euripide, Seneca e Racine, e confinato dai testi di Paolo Puppa, ordinario di storia del teatro a Venezia, nella claustrofobica domesticità di un interno lombardo di inizio millennio, dove l'eroina sublime dell'amore non corrisposto vive, "sequestrata dalle puzze", l'esistenza di una sciùra suo malgrado, tormentata dagli ultimi e atroci formicolii di un appetito sessuale prossimo all'estinzione per menopausa. In scena, nell'allestimento prodotto dalla bolognese Promomusic, c'è solo lei, la sorella dell'idrocefalo Minotauro, ridotto così da un gatto, e dell'isterica Arianna, lei, che nozze goduriose solo nella monta notturna hanno sottratto non alla leggenda di Creta, ma a una Venezia primaverile dalle "fondamenta piene di luce stanca".
Fedra rivive così in una Sandra Cavallini superbamente carnale, offuscata alla platea da un velo mai sollevato durante i dodici quadri, sovratitolati da didascalie luminose, in cui si articola il dramma borghese di una donna che materializza nel figliastro timido e profumato, bollato di frocieria dal "porco" sciovinista Teseo, le velleità di un impossibile approdo alla purezza. E, nonostante la celebre calunnia, declinata in particolari da giornaletto porno, Ippolito rimarrà vivo e fidanzato: a morire, giù dal balcone con il suo corpo pieno di "sangue inutile", sarà Fedra , con i suoi pruriti di vita ovattati dal Tavor.
IL GAZZETTINO – 31 luglio 2005 Davide Lorigliola

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QUESTA FEDRA “PADANA” AIUTA A EVITARE L’ANALISTA
Quando non fa il professore all’università di Venezia, Paolo Puppa scrive. Siccome è specialista di teatro, le sue creazioni spesso sono monologhi e hanno a che fare col serbatoio di storie e pulsioni che siamo abituati a chiamare mitologia. I guerrieri e le appassionate femmine della tragedia greca, i patriarchi della bibbia, ma anche sante e pin-up più recenti sono passate al setaccio della sua riscrittura. Eroine come Penelope, Margherita Gautier o Claretta Petacci, Puppa le toglie dal piedistallo, fruga nelle loro vite private e le sospinge verso di noi, verso la prosa della nostra epoca, incline ai minimalismi sentimentali e curiosa di intimità da sparare in pubblico.
Come Dafne, Salomè, Giovanna D’Arco e tante altre, anche Fedra è capitata tra le sua mani. “Fedra 2003” è andato in scena due sere fa nell’itinerario di teatro classico che Aquileia ospita ogni sera fino a venerdì 29, di fronte alla Basilica.
Protagonista Sandra Cavallini, una brava attrice già vista recitare accanto a Margherita Hack in “Variazioni sul cielo”, ma che qui preferisce confessare le proprie pene a quattro microfoni che la circondano. Il mito antico presentava Fedra come depositaria di una passione impossibile e devastante per il figliastro Ippolito, molto più giovane di lei e poco sensibile ai richiami dell’amore. Diversa dalla Fedra di Euripide o D’Annunzio, affine piuttosto a quella riscritta dal poeta greco Ghiannis Ristos o da Margherite Yourcenar, la Fedra immaginata da Puppa trova oggi il suo spazio nelle villette di un’Italia padana, terra di danè, consigli d’amministrazione e simpatie leghiste, nelle quali si è acclimatato l’ex-bellone, Teseo (il vincitore del Minotauro) che Fedra ha sposato giovanissima.
E mentre il marito ingrassa e si fa bolso e greve, lei cresce dentro di sé l’amore per Ippolito, digitalmente abbreviato in Ippo. Ma alle attenzioni di una donna matura, il giovanotto si sottrae con facilità: preferisce i soggiorni di studio all’estero e i flirt con le modelle sue coetanee. Così che bastano una e-mail o un improvviso ritorno a casa per scatenare nella donna il desiderio e le fantasie suicide, alimentate magari dal Tavor o dal fragolino.
E’ facile riconoscere il divertimento che l’autore – e con lui il pubblico – provano nello smantellare il mito felicemente degradato nella modernità dei non valori. Ma a chi si inabissa un po’ nelle pieghe del testo, ecco apparire anche temi che non passano inosservati nel repertorio delle letture contemporanee. Ad esempio quello che lega il mito alla malattie del perimetro familiare e ne fa un grimaldello ancora utile per esplorare nevrosi e tribolii sentimentali odierni, senza lasciare cifre astronomiche all’analista.
IL PICCOLO – 28 luglio 2005 Robreto Canziani

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L’INTENSA FEDRA DI SANDRA CAVALLINI AD AQUILEIA
E’ sembrata costruita sulla tecnica e sulla bravura di Sandra Cavallini la riscrittura di Fedra, il classicissimo tema del teatro greco e latino che martedì sera ha aperto Aqileiaestate 2005, la rassegna teatrale con la direzione artistica di Mario Brandolin.
Sessanta minuti intensi, in accelerazione costante, motivati da un testo intrigante che, come si diceva, ha avuto il sostegno del sudore di una Fedra inedita, claustrofobia, chiusa dentro i fantasmi ossessivi della sua mente. Prigioniera in casa propria, rapita (come ha voluto Puppa) da un industrialotto gretto e bavoso della bassa brianzola che l’ha sposata in seconde nozze, Fedra s’innamora del figlio di lui, con una passione nella quale s’intrecciano pedofilia e maternità mancata.
La scrittura di Paolo Puppa, che ha portato questo classico a un oggi fin troppo amaramente confrontabile con la realtà, ha costruito uno spettacolo lineare e intenso, adatto a spazi raccolti nei quali la vicinanza al palcoscenico porta lo spettatore a d essere parte in causa del tutto. Una scena scarna, con un unico scranno coperto da pelle d’animale (che rimanda agli allestimenti del teatro classico ma anche all’arredamento più trendy di oggi), attorniata da microfoni che fungono da spie/confessori delle sue ossessioni, e corredata da una scatola di metallo che è a volte computer, a volte scrigno. Tutta la narrazione si appoggia sulla parola, sul corpo ossessivo, pregno della Cavallini-Fedra, un corpo che lascia la sua dimensione spaziale per espandersi, contrarsi, illuminarsi od oscurarsi a seconda del codice linguistico utilizzato. Accanto all’italiano, che diventa medium tra Fedra e il resto del mondo, Puppa ha inserito degli sprazzi di lombardo, a significare la lingua del padrone, la parola di Teseo, e il veneziano lingua madre di Fedra, che è la sua lingua interiore, la sua personale via di fuga. Inserti dialettali conformano la geometria variabile delle ossessioni di Fedra in figure oscure che passano dagli imbarazzanti momenti di amore estremo per Ippolito agli istinti omicidi che la donna nutre nei confronti del marito-padrone. Quello fra Teseo e Ippolito diventa un rapporto fra un arricchito e suo figlio, prima rivoluzionario o almeno non intergrato e poi, piano piano, livellato dentro una realtà comoda, lussuosa, soporifera.. Fedra si trasforma in una matrigna proiettata in un mondo apparentemente dorato, che invece si rivela una prigione vuota e borghese, spersonalizzante.
IL MESSAGGERO VENETO, 28 luglio 2005 Alessandro Montello